Atomi,Tutte Quello che possiamo sapere

Quello che possiamo sapere



A differenza di Macchine come me, che inscenava un’ucronia ambientata negli anni Ottanta del secolo scorso (un Novecento in cui Alan Turing non era morto suicida e il Regno Unito era uscito sconfitto dalla guerra delle Falkland-Malvinas), Quello che possiamo sapere è una distopia in piena regola. Siamo nel 2119, il cambiamento climatico ha avuto la meglio, quel che rimane delle Isole Britanniche è un arcipelago in buona parte inaccessibile, mentre gli Stati Uniti sono in mano ai signori della guerra e il centro tecnologico del pianeta si è spostato in Nigeria.
Contrariamente a quanto si potrebbe ritenere, gli studi umanistici non sono stati del tutto abbandonati e questo permette al critico letterario Thomas Metcalfe di dedicarsi all’ossessiva ricerca di un poemetto perduto. Sempre ammesso che Una corona per Vivien, che si dice sia stata dettata nel 2014 dall’inarrivabile poeta Francis Blundy, sia mai esistita. Metcalfe è nella condizione di poter consultare un’enorme mole di dati digitali, ostinatamente sopravvissuti a catastrofi e inondazioni, ma non esistono copie della pergamena sulla quale, con sublime snobismo, Blundy aveva trascritto il suo capolavoro. In quei quindici sonetti incatenati, composti per il compleanno della moglie, sarebbe stata presente una profezia dei disastri a venire. Ma la pergamena non si trova, Blundy in persona ha distrutto i materiali preparatori e l’unico archivio in cui potrebbe nascondersi l’inedito è custodito presso una inavvicinabile biblioteca scozzese. Come e più che altrove, il 77nne McEwan dà fondo al suo proverbiale virtuosismo per ordire una commedia degli equivoci mascherata da indagine filologica.
Intrecciate alla trama principale, ci sono le grandi questioni dei nostri anni, non esclusa l’Intelligenza Artificiale, che per le studentesse e gli studenti del nostalgico Metcalfe è un fatto acquisito o, meglio, una parte irrinunciabile del paesaggio devastato ricevuto in eredità dalla generazione precedenti. Anche trascurando una lunga serie di fraintendimenti minori, il centro del dramma sta nella destinataria della famosa Corona, l’affascinante Vivien, alla quale Metcalfe attribuisce i connotati della donna ideale, non senza esporre a sgradevoli inconvenienti la propria vita matrimoniale (Zaccuri)

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