Il nome è un’etichetta che attacchiamo a qualcosa per poterla riconoscere, gestire, individuare? Il nome è un fatto arbitrario, una convenzione, un dato algoritmico? Cambia a seconda delle circostanze? A dicembre 2024 su Ahmad al Sharaa pendeva una taglia da dieci milioni di dollari offerta dagli Usa, a cui il Dipartimento di Stato aveva dedicato una pagina con su scritto “Stop this terrorist”. Passano sei mesi e nel maggio 2025 lui e Trump si stringono cordialmente la mano, con l’americano che lo definisce “A good guy”.
Thomas Stearn Eliot ha scritto, nella poesia “The Naming of Cats”, che ogni gatto ha tre nomi: il primo, che si usa in famiglia è un nome sensato per ogni esigenza corrente. Il secondo, che rende giustizia al suo portamento aristocratico. Ma manca sempre il terzo nome, quello misterioso: “quello che non potete nemmeno indovinare,/ né la ricerca umana è in grado di scovare;/ma IL GATTO LO CONOSCE, anche se mai lo confessa./. Quando vedete un gatto in profonda meditazione, / la ragione, credetemi, è sempre la stessa:/ ha la mente perduta in rapimento ed in contemplazione/ del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome UNICO”.
Esiste un modo di considerare il nome che ha una semplice funzione pratica: identificare un oggetto: posso chiedere di acquistare una lampadina, prendere un appuntamento per martedì, parlare in maniera distratta della cronaca del giorno. Qui le cose sono intercambiabili: una lampadina vale l’altra, se ha le stesse caratteristiche. Poi c’è il nome specifico: quello che usiamo consapevolmente per “nominare” una relazione, un essere umano, una interiorità. Tutte realtà specifiche, non interscambiabili. Ma c’è un livello ancora più profondo, che rimane in qualche misura misterioso e inattingibile. Nel pensiero del filosofo Emmanuel Lévinas, il “nome proprio” ha un significato filosofico profondo, che va oltre il semplice riferimento linguistico o identificativo. Non è un’etichetta, ma esprime la unicità e irriducibilità dell’altro essere umano. Non definisce, non classifica, ma indica la presenza viva e assoluta dell’Altro, nella sua irripetibilità. L’Altro è trascendenza pura, e il nome proprio è ciò che lo chiama senza ridurlo a una categoria. Pronunciare il nome proprio dell’Altro implica una chiamata alla responsabilità. È un incontro etico, non conoscitivo. L’Altro mi interpella, mi guarda, e il suo nome è il segno di questa chiamata. Quando dico “Sofía” non sto solo parlando di una persona identificabile, ma sto entrando in relazione con una singolarità assoluta, che mi ri-guarda e chiede una risposta.
Significati: “Nome”
21 Giugno 202621 Giugno 2026
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