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Una storia di incontri



Qualche giorno fa i giornali hanno pubblicati i risultati di un sondaggio riguiardante gli elettori aretini in vista delle votazioni comunali. Colpisce che la maggioranza abbia risposto che il proplema principale sia l’immigrazione clandestina (67%)

Non è certo la fotografia di Arezzo soltanto. In tempi in cui gli “ingegneri del caos” ci inondano di narrazioni cariche di odio, di contrapposizioni, di cinismo, di manipolazione per far crescere la paura e la diffidenza, ci sono storie che sono esempi, piccoli ma profondi, di una “amicizia sociale” più diffusa di quanto pensiamo. Come la storia di Faton, un giovane del Kossovo, nato nel 1999 durante la guerra con la Serbia, giunto minorenne in Italia da clandestino, fortemente motivato a costruire un suo futuro. Lasciato ad Arezzo dagli “scafisti con il camion”, è stato accolto da persone e realtà con caratteristiche diverse ma accomunate dal desiderio di dare una mano, e lui ha sempre risposto con grande impegno. Adesso vive ad Arezzo, lavora in una officina meccanica, fa sport (è campione di boxe), vive rapporti di amicizia, presto si sposerà. Musulmano, come la sua ragazza (del Daghestan, ma vive in Italia), continua in Toscana la convivialità delle diverse religioni che ha sperimentato nella sua città di origine, dove campanili e moschee convivono gli uni accanto alle altre. Ho conosciuto Faton, assieme alla mia famiglia, al momento della sua maggiore età. Ed è davvero diventato uno di famiglia. Ma la sua storia non nè fatta solo del suo incontro con noi, ma anche con tante altre persone, normali cittadini o figure istituzionali. Cancellare servizi di accoglienza, penalizzare l’integrazione, diffondere paure, ofio, pregiudizi è allo stesso tempo inumano e il contrario della “sicurezza”, divenuta uno slogan ingannevole.

Riporto, con delle integrazioni, l’articolo che ho scritto per “Toscana Oggi” del 5 aprile 2026.

Questa storia mostra come non si possa ragionare per stereotipi: vi hanno avuto un ruolo positivo le strutture dell’accoglienza, la casa-famiglia, la stessa polizia con cui ha avuto il primo contatto, chi l’ha ospitato una volta maggiorenne e lo ha preparato all’autonomia, la scuola, il mondo del lavoro, dello sport, del sociale.

Presentati: come mai hai deciso di venire in Italia?

“Ho 26 anni, vivo da dieci in Italia. La mia famiglia abita vicino a Giakova, nel Kossovo. Siamo in undici figli, sei maschi e cinque femmine. Io sono il terzo.  Quando mia mamma era incinta di me eravamo in guerra, io sono nato solo pochi mesi dopo la fine degli scontri. È stata dura. Il mio babbo mi raccontava di come molti nostri vicini avevano perso i figli in guerra. Anche l’ospedale venne bombardato, morirono malati e medici. Finita la scuola media era difficile andare lontano per iscriversi alle superiori. Ho cominciato presto a pensare di venire in Italia, sentivo sempre dire che l’Italia aiutava molto gli immigrati. Da noi il lavoro mancava: il mio babbo tagliava la legna ma la gente cominciava a usare il gas e non c’erano più richieste”.

Hai deciso di partire a 16 anni, è stato certamente doloroso per te e la tua famiglia…

“sì, doloroso per tutti. Il babbo ha trovato dei contatti con delle persone che organizzavano viaggi clandestini, mi sono trovato in un camion con altri due ragazzi che non conoscevo. Fino al 2024 non si poteva entrare in Europa in forma legale. Il babbo mi ha accompagnato alla partenza, ci siamo abbracciati e appena partito il camion ho già sentito la mancanza della famiglia. Mia mamma non ce l’ha fatta a venire con noi, vedermi salire sul camion da solo era per lei un dolore troppo forte”.

Tu sapevi dov’era l’Italia?

“No. Quando il camion ha fatto la prima sosta, dopo due o tre ore di viaggio, ho pensato che fossimo arrivati. Invece ci abbiamo impiegato cinque giorni, perché ogni volta che c’era un confine scendevamo dal camion, aspettavamo il buio e camminavamo a piedi. Il camion ci riprendeva la mattina dopo oltre il confine. Il giro era lungo: siamo passati da Serbia, Ungheria, Slovenia, e poi in Italia. Mia mamma mi aveva dato qualche panino e la bureka, una torta salata tipica. Ma il viaggio era molto più lungo del previsto. Avevo fame, e non riuscivo nemmeno a dormire. Era freddo, sono arrivato in Italia con gli stessi vestiti con cui ero partito, un giubbotto corto e le scarpe ormai piene di fango.

Come mai sei arrivato proprio ad Arezzo?

“il primo ragazzo lo hanno fatto scendere subito a Trieste. Il secondo non so bene, penso a metà strada. Io sono stato l’ultimo, mi hanno lasciato davanti alla Questura di Arezzo. Era la mattina del 5 febbraio 2016. Non sapevo una parola di italiano, il babbo si era raccomandato che non perdessi la carta di identità. E io mi sono presentato in Questura tenendola in mano, sollevata in alto. Era tutto quello che avevo. I poliziotti mi parlavano, ma io non capivo nulla. E poi c’è stato un episodio che mi ha fatto tanto piacere, la conferma che era vero che gli italiani aiutavano. Il poliziotto mi ha portato alla macchinetta e mi ha offerto un cappuccino e una pasta. Ero tutto sporco di fango, stanchissimo. Appena mi hanno dato una sedia mi sono addormentato. Poi hanno trovato un interprete e ho spiegato che ero venuto per cercare una vita migliore.

Chi ti ha ospitato?

Un’assistente sociale mi ha detto che avrebbero cercato un posto. Ma al momento non ce n’era. Io non volevo assolutamente tornare indietro. Intanto che aspettavo c’era una panchina e mi sono messo a dormire anche lì, anche se era freddo. Poi arriva una ragazza, ha in mano un kebab per me, mi dice che un posto l’hanno trovato. Dall’emozione non riuscivo a mangiare. E ho conosciuto Francesca, la responsabile della struttura di accoglienza di Arezzo chiamata “La Casa Gialla”.  Francesca è stata straordinaria, Mi sono sentito accolto come a casa: eravamo in dodici ospiti e lei ci trattava sempre con grande affetto. Ho cominciato il corso di italiano alla “Casa delle Culture” [ndr: oggi la struttura non esiste più, purtroppo è stata chiusa per miopia amministrativa]. Tre mesi dopo mi hanno trasferito in una casa-famiglia: ho pianto perché non sapevo cos’era e temevo fosse lontana. Invece era in centro, e lì ho conosciuto Shala, una signora iraniana, e il marito. Sono stato molto bene anche lì, Shala è una donna forte e che mi voleva bene, mi sono molto affezionato.

Che contatti hai mantenuto con la tua famiglia?

Per i cinque giorni di viaggio nessuno, immagino quanto siano stati preoccupati i miei genitori. Alla Casa Gialla Francesca, per prima cosa, mi ha chiesto se volevo telefonare a qualcuno. Mi hanno prestato un cellulare, ho subito chiamato il mio babbo, sapevo a memoria il numero. Appena ha sentito la mia voce quasi sveniva. All’inizio potevo solo telefonare, poi ho avuto uno smartphone con internet e abbiamo potuto fare delle videochiamate: vedersi in volto era più bello. Non sono tornato per due anni: nel frattempo era nato anche il mio fratellino più piccolo. La mamma era incinta di lui quando sono partito, ed è nato tre mesi dopo il mio arrivo ad Arezzo. La prima volta che sono tornato a casa aveva timore, e anche l’altro fratellino piccolino si era dimenticato di me. Non mi riconosceva, si lamentava: ma chi è questo qui, perché l’avete portato in casa?

In che modo sei tornato a casa?

In vari modi: in pullman, in aereo, poi ho comprato la macchina e ora vado in auto, prendendo il traghetto da Ancona.

Tu sei musulmano, anche la tua ragazza lo è. Come vi trovate in Italia da questo punto di vista?

Ci troviamo bene. Non ho avvertito particolari differenze tra cristiani e musulmani. Ho vari amici musulmani, ma ad esempio in palestra sono tutti cristiani e stiamo bene insieme, come al lavoro. Nella mia città la maggioranza delle persone è musulmana, ma ci sono anche molti cristiani, abbiamo la moschea accanto alla chiesa, il campanile accanto al minareto. E in Italia non mi hanno fatto sentire diverso perché sono di un’altra religione. Sono musulmano, non mangio carne di maiale, la mia ragazza fa il Ramadan, ma rispetto molto i cristiani.

Vero, lo abbiamo visto anche nella nostra esperienza. Ci hai sempre aiutato a fare il presepe, sei stato presente in chiesa in particolari momenti della nostra famiglia. Riprendiamo il racconto: cosa facevi una volta nella casa-famiglia?

Mi sono iscritto all’istituto professionale per meccanici. La mattina andavo a scuola nel pomeriggio facevo volontariato alla mensa della Caritas: ero aiuto cuoco, mi piaceva molto. La sera andavo in palestra: fin da ragazzo sognavo di fare la boxe (da bambino mettevo dei vestiti in un sacco e provavo a fare esercizio con i pugni), e ora finalmente potevo provarci. Le giornate erano piene, mi sentivo felice. Però il 20 agosto 2017 avrei compiuto 18 anni, dovevo lasciare la casa-famiglia per legge, ed ero molto preoccupato.

È a questo punto che Faton è entrato nella nostra famiglia. La responsabile, Shala, ha chiesto a mia moglie e a me se potevamo ospitarlo provvisoriamente, per tre mesi. I nostri figli vivevano già fuori casa, avevamo posto, abbiamo detto di sì. È stato con noi tre anni e tre mesi, è stata un’esperienza molto bella di amicizia e condivisione. Ha conseguito la prima qualifica professionale, è stato assunto nell’officina meccanica dove aveva svolto il tirocinio, ha preso la patente, aperto il suo conto in banca, acquistato un’auto, ha fatto insomma il suo percorso progressivo di autonomia fino a poter abitare da solo.

Shala mi ha fatto conoscere Rossana e Anselmo e per me, è una cosa che dico sempre, loro sono stati una luce nel buio, mi hanno fatto uscire da un tunnel buio. Mi hanno accolto in casa loro per oltre tre anni, considerandomi come un figlio. Non so come ringraziarli, sanno che ci sarò sempre per loro.

Anche per noi sei stato di grande aiuto, poco dopo il tuo arrivo ci sono stati problemi di salute in famiglia, sei stato un grande elemento di serenità. Parlaci della tua passione per la boxe, che coltivavi sin da bambino come hai detto.

Ho trovato un grande campione nella palestra di boxe: Orlando Fiordigiglio, un campione nello sport e un campione nella vita. È stato più volte campione italiano e anche europeo, un grande pugile. Ma se parli con lui lo trovi semplice, umile, ti fa sentire in famiglia, mi ha più volte invitato a pranzo a casa sua. Sono stato tre volte campione regionale in Toscana; nel 2020 sono stato medaglia di bronzo a livello nazionale.

Sei molto impegnato anche con il lavoro.

Sì, dopo che ho fatto lo stage il proprietario dell’officina ha detto alla scuola che voleva assumermi. Ho deciso poi di completare gli studi con il biennio finale, che ho seguito alla scuola serale. È stato un periodo decisamente faticoso perché c’erano molte cose da tenere insieme.

Riassumo: giornata di lavoro in officina, corso serale in vista del diploma, allenamenti in palestra, nel frattempo hai seguito la scuola guida per la patente C (quella dei tir), con qualche fine settimana impegnato come cameriere in un ristorante. Facevi gli allenamenti nella pausa pranzo, e stavi a scuola dalle 18.20 alle 22.40.  Però hai trovato il tempo anche per l’amore, per fortuna…

È stata la cosa più bella. Mi sono fidanzato con una ragazza, abita a 400 km di distanza, in Liguria: vado da lei il fine settimana ogni quindici giorni.  È nata in Daghestan, una Repubblica della Federazione Russa, ma è in Italia da quando era bambina e ha la cittadinanza italiana. Si sta laureando in lingue all’università di Genova.

Tenendo conto che in Daghestan vivono tre milioni di persone ma appartenenti a ben trenta etnie e con ben  14 lingue ufficiali diverse, laurearsi in Lingue sembra molto coerente… Ma tu quando potrai prendere la cittadinanza?

La legge prevede dieci anni di presenza in Italia, periodo che di fatto ho già trascorso. Ma purtroppo non viene conteggiato il periodo in casa-famiglia, perché mi hanno riconosciuto solo il domicilio e non la residenza, che ho potuto prendere solo quando sono stato accolto in casa vostra. Quindi potrò fare domanda solo nel 2028, sapendo che poi la trafila burocratica farà trascorrere altro tempo.

Un’ultima domanda: cosa significa Faton il tuo nome?

Fortunato.

Un nome di buon auspicio, davvero.

BOX 1: La guerra in Kossovo

Nell’ambito delle violenze connesse alla disgregazione della Iugoslavia ci fu una guerra in Kossovo nel 1998-99, con il coinvolgimento di civili e l’intervento della Nato. Nel 2008 il Kossovo si dichiara indipendente dalla Serbia, venendo riconosciuto da molti Stati (tra cui l’Italia), ma non dalla Serbia, con la quale sono tuttora presenti forti contrasti. Il 14 aprile 1999 aerei Nato attaccarono un convoglio sulla strada tra Giakova e Deçan, ma l’azione uccise anche numerosi civili, che si aggiunsero alle circa 2.000 vittime civili della città. Il 21 aprile l’ospedale fu colpito da un bombardamento, e in generale il centro storico venne fortemente danneggiato, provocando l’esodo della popolazione. Sono i mesi nei quali la mamma di Faton è incinta di lui. L’esercito italiano è stato presente in varie modalità: in Albania il Genio e la Sanità hanno gestito l’ondata di profughi, molti provenienti proprio da Giakova, il cui aeroporto è stato amministrato per scopi logistici e umanitari dall’Aeronautica italiana dal 1999 al 2013. Nel 2022 il Kossovo ha presentato domanda di adesione all’Unione Europea, ma non è ancora candidato ufficiale: cinque paesi Ue non lo riconoscono, Inoltre l’Ue ritiene chiede come precondizioni la normalizzazione dei rapporti con la Serbia e varie riforme interne.

BOX 2   Acquisire la cittadinanza

Attualmente i tempi per la definizione del procedimento di cittadinanza italiana per residenza (ai sensi dell’Art. 9 della Legge n. 91/1992) sono regolati dal Decreto-legge n. 130/2020.Il termine massimo per la conclusione del procedimento è fissato in 24 mesi, prorogabili fino a un massimo di 36 mesi dalla data di presentazione della domanda. Entro sei mesi va fatto poi il giuramento. In precedenza, il Decreto Legge n. 113/2018 (noto come “Decreto Salvini”), aveva innalzato il termine massimo per la conclusione dei procedimenti di cittadinanza a 48 mesi (4 anni). Nel 2024 è stata completata la raccolta firme per un referendum abrogativo che proponeva l’esatto opposto: ridurre da 10 a 5 anni il periodo di residenza legale ininterrotta necessario per poter presentare la domanda di cittadinanza per gli stranieri extra-UE. Come è noto lo scorso anno il quorum non fu raggiunto, e purtroppo solo il 34,66% si dichiarò d’accordo con la riduzione. Il tono della propaganda xenofoba era “diventeremo la sala parto dell’Africa”, e cose del genere. La maggioranza di governo aveva puntato sul fallimento del quorum, mentre l’opposizione  si portava dietro la responsabilità di aver mancato di coraggio nell’approvare in passato la sua stessa proposta di “Ius Scholae”, il riconoscimento di cittadinanza dopo 5 anni di scuola nel nostro Paese.

Secondo dati Istat (2025) la popolazione residente di cittadinanza straniera è composta da 5 milioni e 422mila unità, in aumento di 169mila individui (+3,2%) sull’anno precedente, con un’incidenza sulla popolazione totale del 9,2%. Al Centro risiedono un milione 322mila individui (24,4% del totale) con un’incidenza dell’11,3%. Nel 2024 217mila cittadini stranieri hanno acquisito la cittadinanza italiana, dato in crescita rispetto all’anno precedente (poco meno di 214mila). I nuovi cittadini italiani sono per lo più  albanesi (31mila), marocchini (27mila) e rumeni (circa 15mila), etnia che, rispetto al 2023, rimpiazza quella argentina in terza posizione.