Filosofi a congresso a Urbino



Attraverso il suo XLI Congresso nazionale, la Società filosofica italiana intende costruire l’occasione per una riflessione transdisciplinare, storica e critica, intorno ai rapporti tra etica, economia ed ecologia.

Lo scenario entro il quale i punti di vista sono chiamati a confrontarsi tra loro è quello della complessità, del pluralismo epistemologico e dell’integrazione dei saperi. L’orizzonte di senso è la consapevolezza della comunità di destino (Morin), in cui tutto è connesso, locale e globale, uno e molteplice.

A ciò hanno contribuito le sette sessioni di studi che, articolate in ventidue relazioni tenute in plenaria da esperti nel panorama nazionale, affronteranno i temi della sfida del futuro; delle molteplici forme della cura di sé, della relazione, del mondo; della solidarietà nel suo divenire storico e nell’attuale prospettiva della giustizia sociale; dell’economa etica, delle condizioni del benessere, della felicità sostenibile; della sfida educativa nel mondo interconnesso; dell’ecologia solidale e dei possibili scenari futuri di aperture e di incontri.

Qui ulteriori notizie e programma

E’ stata data la notizia che il prossimo Congresso Mondiale di Filosofia si terrà in Italia, a Roma, nel 2024. attesi quasi 5.000 ospiti sul tema “Oltrepassare le frontiere”

La mia relazione è stata su “Tutto è connesso: conciliare algoritmi e cardioritmi”.

Darò notizia al momento della pubblicazione degli Atti del Congresso. Qui un breve passaggio finale.

Noi produciamo cultura e la cultura ci modella; produciamo tecnologia e la tecnologia modella un mondo che ci influenza; siamo in continua interazione tra noi, con l’ambiente fisico, con quello tecnico e con l’infosfera. Le tecnologie non sono neutre, ma incorporano scelte e fini.

La scelta etica è il risultato di un diagramma di flusso? La sua imprevedibilità è solo apparente, ci appare tale solo perché non abbiamo ancora modelli esaustivi? Le posizioni di principio possono essere diverse. Ma il punto è non cadere nella trappola delle profezie che si autoavverano. Predare i dati porta in effetti a predire il comportamento medio delle persone. Siamo fatti di abitudini, riflessi condizionati, scelte consolidate e tendenze gregarie. Il punto è che tanto più prevedibile è un comportamento tanto meno è specificatamente umano.

Abbiamo ossa e nervi, direbbe Socrate, ed essi hanno le loro leggi. Ma agiamo, almeno per la parte di umanità che riusciamo a far vivere, in vista di significati e fini.

Avremo bisogno di AI, di algoritmi, di digitale perché dobbiamo gestire un mondo complesso, che offre opportunità prima impensabili, e soprattutto deve farlo a sette otto miliardi di persone, non a pochi privilegiati. Ma non saranno sufficienti soluzioni autosufficienti, esclusivamente tecnologiche. Se l’algoritmo è visto come un oracolo rimaniamo nello sciamanesimo.

La magia dell’algoritmo nasconde una ideologia.

I due criteri di rappresentazione del mondo e di organizzazione della conoscenza che possono e devono integrarsi.  Invece assistiamo alla loro separazione. Nella vita quotidiana siamo liquidi e incerti, nei centri di potere siamo algoritmici e inesorabilmente «profilati». Le modalità di navigazione su Internet e in genere il digitale ci portano a un modello globale, che non si sofferma sui particolari o sulle analisi. La gestione dei big data spezzetta ciascuno negli infinitesimi elementi dei suoi comportamenti per ricomporli a piacimento secondo una galassia di dati mutevoli a seconda dei filtri impostati, con la convinzione (che a volte diventa una profezia autoavverantesi) che se il controllo dei big data è veramente preciso non c’è differenza tra mappa e territorio, tra linguaggio formale e linguaggio naturale, tra algoritmi ed eventi, tra futuro e avvenire.

Questo è il problema centrale che dovremo affrontare in futuro. Pensiero analitico e pensiero globale sono entrambe modalità autenticamente umane e presenti nel nostro cervello e nella nostra storia culturale. Ma corriamo il rischio che la nostra vita ordinaria sia dominata da una percezione globale e confusa, da un eterno festival di stimoli a bassa intensità che mai si chiudono, mentre le élite di vario genere utilizzano in maniera meccanicistica i big data che frantumano in pezzettini infiniti e infinitesimi le nostre esistenze, frammenti così piccoli da essere inodori, insapori, incolori – quindi privi di senso.

È una grande sfida culturale, educativa, politica. Per poterla affrontare occorre però prima di tutto comprenderla. E, comprendendola, poter scegliere le opzioni che costruiscono e condividono.

La comunicazione vive di un paradosso che sembra renderla impossibile – eppure accade.  Andiamo ancora più indietro nel tempo, sino ad Agostino: «Se mi danno una formula, e non conosco il suo significato, non mi può spiegare nulla, ma se già la conoscevo che cosa mi può spiegare?».  La comunicazione non è né ripetizione del già noto, né contrapposizione di monadi. Nei social network molto spesso accade o la conferma banale delle proprie convinzioni (meglio, pregiudizi) – oppure il litigio, l’offesa, la non comunicazione. Ma è proprio questo paradosso a dimostrare che la comunicazione in senso pieno non è un fatto deterministico e traducibile in un algoritmo. Il paradosso di Agostino è irrisolvibile per un sistema costituito da regole e nomenclature finite. La comunicazione avviene perché si svolge tra soggetti capaci di interpretazione – cosa che ovviamente rende possibile non solo la relazione, ma anche l’errore. È una ammissione di incompiutezza.

Ai temi del congresso, inoltre, hanno dato il loro contributo di pensiero giovani studiosi e docenti liceali con  brevi comunicazioni in sessioni parallele.

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