Il filo di Sofia. Etica, comunicazione, strategie conoscitive nell’epoca di Internet – Boringhieri



Se “filo”-“sofia” significa “amore per il sapere” (ma anche “sapere amorevole”), la filosofia è anche attenzione alle modalità del sapere che si sviluppano nella Rete. Internet è un artefatto tecnologico che ha molto a che fare con il linguaggio, come la relazione delle nostre menti, con la scelta di cosa e soprattutto di chi vogliamo essere: la “filo-sofia” è coinvolta anche nel “filo” (wired) che lega tra loro i miliardi di dispositivi digitali e quindi i miliardi di menti umane.

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Il filo di Sofia. Etica, comunicazione, strategie conoscitive nell’epoca di Internet è la ricerca delle connessioni tra gli aspetti tecnologici ed esistenziali delle nostre vite.

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qui un brano del capitolo 6:

La comunicazione non è mai unidirezionale. Il bambino che prende il latte dalla madre comunica, e così facendo impara già una sorta di “alternanza dei turni”: succhia il latte, si ferma per respirare, guarda il volto della madre[1]. L’uomo incapace di comunicare è il narcisista, incapace di uscire veramente da se stesso.

L’orientamento narcisistico serve a far sentire come realtà solo ciò che esiste dentro di noi, mentre i fenomeni del mondo esterno non hanno realtà in se stessi, ma sono considerati solo dal punto di vista dell’utilità o del pericolo rappresentato per noi… Tutte le forme di psicosi dimostrano l’incapacità di essere obiettivi a un grado estremo[2].

Fromm aggiunge: tutti noi facciamo la stessa cosa quando sogniamo. Già il filosofo Eraclito aveva ammonito che potremmo essere per lo più dormienti, anche quando crediamo di essere svegli. E ognuno, quando dorme e sogna, ha un suo mondo privato e incomunicabile: mentre “uno solo è il mondo per i desti”. Rendere condiviso il mondo, creare scenari mentali comunicabili e comunicati: in un contesto dominato dall’informazione, rischiamo di trovarci con gruppi omogenei al loro interno ed “ermetici” verso l’esterno. Tocqueville, ne La democrazia in America, scriveva già nel ’18  che “Gli americani si dividono con grande cura in piccole associazioni… Io credo che… invece di vivere in comunità finiranno con il formare piccoli gruppi“. La teoria del melting pot, del calderone nel quale tutte le appartenenze vengono fuse manifesta in effetti non poche crepe, e non solo negli Usa si rafforzano movimenti centrifughi[3]. Le reti telematiche permettono di trovare persone con interessi simili ai propri in ogni angolo del mondo, ma questo è solo un aspetto della questione. Esse vanno utilizzate anche per entrare in contatto con ciò che è altro e diverso da noi – altrimenti torniamo al punto di partenza: una pseudocomunicazione che si rivolge a quanti già la pensano come noi e non sa gettare alcun ponte verso tutto il resto. Ciò è possibile a patto di abbandonare il pregiudizio della propria autosufficienza. Ha scritto lo studioso ebraico Stefano Levi della Torre:

Peculiare alla tradizione di Israele è il racconto esplicito di ciò che è successo, a Israele come a ogni altro popolo: l’essersi separati da una terra d’origine per raggiungere un altro luogo, di conquista. In genere le tradizioni dei popoli hanno cancellato o velato questo passaggio. Solo, forse, l’Eneide lo ripropone crudamente, cantando l’esodo troiano e la conquista del Lazio. Quando si accusa la tradizione ebraica di costruire un mito della terra promessa, si censura e si rimuove un’altra e più mitica costruzione: quella secondo cui ogni popolo si racconta di aver abitato da sempre, dalle origini, sulla terra in cui risiede. Più ancora che costruire un mito, quello della terra promessa, le Scritture ebraiche ne sfatano un altro, più diffuso e più inavvertito, quello della terra d’origine. Anche qui, come su altri argomenti, il testo ebraico, narrando di Israele, dice una verità su tutti i popoli[4].

In ambito formativo la prima condizione da realizzare è l’uscita dal Sé: senza di essa nessuna comunicazione è davvero possibile. Una condizione che è certamente vera per quanto riguarda le emozioni, visto che non esiste una intelligenza astratta[5], ma essenziale anche per i saperi. “Guai alla conoscenza che rimane sola”. L’idea della conoscenza come rete, su cui tornerò tra poco, dovrebbe essere una stella polare per ogni formatore. Non ultima tra le conseguenze di questo assioma, c’è anche l’osservazione che in tal modo si evita il ricorso alla frammentazione dei settori di insegnamento. Intendo dire che, ad esempio, non ci sarà bisogno di svolgere una specifica serie di lezioni sul “superamento dell’etnocentrismo”

l’umanità cessa alle frontiere della tribù, del gruppo linguistico, talvolta persino del villaggio; a tal punto che molte popolazioni cosiddette primitive si autodesignano con un nome che significa gli ‘uomini’ (o talvolta – con maggior discrezione, diremmo – i ‘buoni’, gli ‘eccellenti’, i ‘completi’) sottintendendo così che le altre tribù, gli altri gruppi o villaggi, non partecipino della virtù – o magari della natura – umane, ma siano tutt’al più composti di ‘cattivi’, di ‘malvagi’, di ‘scimmie terrestri’, o di ‘pidocchi'” […] L’unica fatalità l’unica tara che possa affliggere un gruppo umano e impedirgli di realizzare in pieno la propria natura, è quella di essere solo[6].

C’è un rapporto tra cibernetica e carezze[7]. Per quanto sia diffusa, e non senza motivo, l’idea di una tecnologia che snatura i rapporti umani e li rende freddi, è ancora più vera l’idea che la rivoluzione telematica che stiamo vivendo rappresenta un ulteriore passo nella vicenda squisitamente umana del comunicare. La posta in gioco è molto più alta che in passato, e anche il rischio è più alto che mai in passato. Torniamo al rapporto che si instaura tra madre e bambino, archetipo di ogni altro rapporto di comunicazione. Winnicott ha usato il concetto di specchio per capire la relazione tra il bambino e la madre. Quando il bambino contempla il volto della madre, o vede se stesso o vede lei. Nel primo caso il circuito che si stabilisce permette al ritorno della comunicazione su di lui; nel secondo dipende dall’eccesso della percezione del viso della madre, che riflette solo se stessa: “Se il volto della madre è poco responsivo, allora uno specchio sarà una cosa da guardare, ma non una cosa in cui guardare[8]“. Mentre l’industria culturale tende a presentarci ogni cosa, compreso le ultime novità tecnologiche, come qualcosa da guardare, le agenzie formative di ogni tipo hanno il compito di suggerirci che ogni cosa e qualcosa in cui guardare.


[1] Schaffer 1977.

[2] E. Fromm, L’arte di amare, Il Saggiatore, Milano 1982, p. 116.

[3] “Un’idea fissa attraversa il nostro tempo saturo di comunicazione: è l’idea del ripiegamento di ciascuno sul suo territorio, su quello che costituisce la sua differenza e, quindi, la propria identità… separata. Ci si trova a sognare un nuovo radicamento dello spazio insulare di una separazione” (C. Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano 1981, p. 11).

[4] S. Levi della Torre, Essere fuori luogo. Gli ebrei e la terra di Israele, in “Vita Monastica” 191 (4/1992)

[5] Il termine “intelligenza emotiva ” ha avuto grande fortuna dopo il libro omonimo di Daniel Goleman (D. Goleman, Intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano 1997), ma ha una grande tradizione filosofica. Basi pensare all’espressione “intelletto d’amore”, o alla straordinaria definizione che della filosofia suggerisce Dante ne Il Convivio: “Ciò che ha il sapere per contenuto e l’amore per forma”.

[6] C. Levi-Strauss, Razza e storia, in C. Levi-Strauss, Antropologia strutturale due, Il Saggiatore, Milano 1978, p. 372.

[7] Angelo Peluso, Informatica e affettività. L’evoluzione tecnologica condizionerà i nostri sentimenti? Roma, Città Nuova 1995.

[8] D.W. Winnicott, Gioco e realtà, Armando, Roma 1974, p. 192.

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