Saggio su Felice Balbo



“A chi dubita – e sono in molti – che la filosofia risponda ad una autentica esperienza umana,

che la filosofia sia connessa con la vita, consiglierei la lettura delle opere di Felice Balbo”

Sofia Vanni Rovighi, 1967

Nel gioco intellettuale di accostare i filosofi non per analogie di pensiero ma per dati esterni, è interessante trovare come il 1913 segni l’anno di nascita di personaggi come Paul Ricoeur, Adam Schaff, Roger Garaudy, Albert Camus,  Paul Grice. Autori che si sono formati negli stessi anni, con alcune tematiche comuni (il marxismo, l’esistenzialismo, l’umanesimo sofferto, la riflessione sulla comunicazione) e altre ovviamente molto diverse, in dipendenza dai contesti e dalle differenti sensibilità personali. Ci occupiamo però in questa sede di un autore nato proprio il 1° gennaio del 1913, in una casa importante e con un cognome famoso: Felice Balbo. Un filosofo che per almeno vent’anni ha svolto un ruolo di grande rilievo nel panorama politico e culturale, morto ancor giovane il 3 febbraio 1964, ormai quasi sessanta anni fa e forse ingiustamente troppo presto dimenticato.

Per riceverlo

Nel 1966 Boringhieri pubblica in modo meritorio l’opera omnia di Balbo: Felice Balbo. Opere 1945-1964. Anche se in realtà alcuni scritti minori rimangono fuori dal testo, si tratta di un punto di riferimento imprescindibile. Tra l’altro vi compare l’inedito e incompiuto Essere e progresso. Un testo importante, rilevante anche da un punto di vista quantitativo, di cui Balbo aveva cominciato la riorganizzazione e deciso il titolo.

Nel 1988 Anna Giannatiempio Quinzio pubblica una raccolta del suo insegnamento di filosofia morale nella Facoltà di Magistero denominandolo Felice Balbo, Lezioni di etica. L’ultimo “regalo” di Balbo possiamo trovarlo in Lettere a Ludovica (Archinto 2008). La destinataria delle lettere è Ludovica Nagel, nata a Monaco da padre tedesco e madre americana ma italiana dall’infanzia. I mittenti invece sono tre: Cesare Pavese, Natalia Ginzburg e proprio Felice Balbo. Una storia toccante di amicizia ma anche la testimonianza della passione di Balbo per la comunicazione e la cibernetica.

Sessanta anni dopo la precoce morte allontanano gli equivoci di corto respiro sulla lettura troppo “politica” di Balbo. Ne valorizzano invece aspetti fondamentali e di più ampio respiro (senza rinnegare la vocazione civile del suo pensiero). E così si scoprono alcune evocazioni. Camus scrive: «La vera generosità verso il futuro consiste nel donare tutto al presente» (L’uomo in rivolta). Ma questo non deve significare negare i diritti del presente in nome di un ipotetico futuro. Al suo Uomo senza qualità è forse preferibile il balbiano Uomo senza miti. Il piccolo gioco intellettuale con cui abbiamo iniziato questo contributo svela adesso il suo nucleo: la possibilità di leggere questi autori sotto il tema del riconoscimento della relazionalità del filosofare, della necessità di operare l’ermeneutica del significato per accettare una volta per tutta la modernità senza rinunciare alla felicità del pensare. Il filosofo inglese Paul Grice sostiene l’intenzionalità comunicativa, vale a dire la necessità di comprendere un messaggio a partire dalla intenzione del comunicante. Qualcosa di estremamente importante a salvaguardia di una possibile riduzione algoritmica del linguaggio, una sorta di ripresa della hybris e del mito da cui Balbo non ha mai cessato di mettere in guardia. Grice inoltre è attento al ruolo della intersoggettività, al rapporto parlante-ascoltatore. Il che ci porta anche a Ricoeur e ai grandi temi dell’ermeneutica, della comunicazione, del sospetto verso la hybris razionalista della modernità e dell’apertura verso il linguaggio. Ricoeur parla più volte di «seconda ingenuità» come dell’atteggiamento che conosce il disincanto del mondo sacrale ma non si adegua al cinismo del non-pensiero.  

La seconda immediatezza che noi cerchiamo, la seconda ingenuità che attendiamo non è infatti più accessibile se non nell’ermeneutica: possiamo credere solo interpretando. È la modalità “moderna” della credenza nei simboli; espressione dell’affanno in cui si muove la modernità ed espressione del suo rimedio.

Questo è il circolo: l’ermeneutica procede dalla comprensione di ciò che ha il compito di comprendere interpretando. Grazie però al circolo dell’ermeneutica posso ancora oggi comunicare col sacro, esplicitando la precomprensione che anima l’interpretazione. Così l’ermeneutica, conquista della “modernità”, è uno dei modi attraverso i quali la “modernità” si supera in quanto oblio del sacro. Io credo che l’essere può ancora parlarmi, non più certo nella forma precritica della credenza immediata, ma come la seconda immediatezza a cui mira l’ermeneutica. Questa seconda ingenuità vuol essere l’equivalente post-critico della ierofania precritica[1].

Una «seconda ingenuità» che in Balbo è scelta di vita. Anche le testimonianze sulla sua vita quotidiana ci raccontano un uomo capace di ascoltare anche chi veniva in partenza bollato dagli altri come uno dal quale non può venir fuori nulla di buono. Narra dolcissima la Ginzburg:

Pavese diceva:  – Che bisogno c’è di proposte? Siamo pieni di proposte fino al collo! Me ne infischio delle proposte! Non voglio idee! – Giralo allora a Balbo, – diceva la voce. Balbo, lui, dava retta a tutti. Non rifiutava mai un nuovo incontro. Balbo non aveva difese contro le proposte e le idee. Tutte le proposte e tutte le idee gli piacevano, lo sollecitavano, lo mettevano in fermento, e veniva a esporle a Pavese. Veniva là, piccolo, col suo naso rosso, serio come diveniva serio quando aveva una proposta da esporre, quando credeva d’aver messo gli occhi su di un caso umano nuovo, stupito come sempre si stupiva dinanzi a ogni nuova forma umana che si delineava sul suo orizzonte, sempre disposto a cogliere l’intelligenza ovunque, a vederla pullulare in ogni angolo dove s’eran posati i suoi piccoli occhi celesti, acuti e ingenui, sprovveduti e profondi. […]. Pavese diceva: -Mi sembra una proposta cretina! Difenditi dai cretini! E Balbo rispondeva che, sì, era infatti in parte una proposta cretina, ma era però anche insieme non tanto cretina, e aveva un nocciolo buono, vitale, fecondo.[2]


[1] Paul Ricoeur, Finitudine e colpa, Il Mulino 1970, p. 628.

[2] Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi 1963, p. 158.

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