Sollecitazioni esterne e decisione interiore



In molte occasioni avvertiamo un sottile disagio nel “brodo comunicativo” nel quale siamo immersi. Le risposte che ci diamo non sempre però sono soddisfacenti, a volte sono solo un po’ nostalgiche, come se fosse davvero esistito un tempo migliore nel quale tutto funzionava “da sé” in modo più calmo e “naturale”. Non è la risposta giusta. Ma il disagio c’è. Da dove nasce davvero?

Il disagio non nasce da questa o quella modalità tecnologica, ma da un pericolo: “vivere sempre in risposta a sollecitazioni, e non in funzione di uno slancio interiore”. Lo dice Padre Mittaz, priore del Gran San Bernardo, 2.500 metri di altezza. “Termino gli ultimi incontri e poi esito: devo fare un po’ di silenzio oppure tuffarmi nelle mail a cui rispondere?”.

È una domanda molto importante. Siamo nell’età del feedback, della continua risposta agli stimoli che ci giungono da ogni parte. Questo è di per sé una grande risorsa, e ci caratterizza come esseri umani che lottano contro il cristallizzarsi dell’abitudine, della routine.

Ha però ragione Padre Mittaz: non possiamo vivere tutta la giornata in continua risposta alle sollecitazioni e agli stimoli. Non possiamo diventare come un termostato, che continuamente reagisce rispetto ai sensori dell’ambiente che gli dicono quale temperatura c’è e quale occorre raggiungere.

Eppure la presenza di stimoli e la capacità di reagire ad essi non è un disvalore.

Come era la vita delle persone relegate in micro comunità chiuse, senza contatti verso realtà esterne, senza la possibilità di interagire, di conoscere, di formarsi? Non sto parlando delle scelte eremitiche dei contemplativi, che se sono autentici vivono nella solitudine esteriore una profonda comunione con gli essere umani e con Dio. Sto parlando delle persone che abitavano i casolari sparsi delle campagne e dei boschi, le comunità chiuse dei piccoli borghi, le famiglie allargate sotto l’indiscussa autorità del “capoccia”: tutte realtà nelle quali spesso imperava l’ignoranza, la superstizione, la chiusura e non di rado la violenza. Era difficile discutere, o addirittura parlare. Si faceva così e basta. Probabilmente c’erano meno crisi di identità, ma certamente più costrizione.

La possibilità prima di tutto fisica di spostarsi, di incontrare nuove persone e nuovi stili di vita è stata certamente liberatoria. A maggior ragione lo è stata la possibilità di informarsi e di allargare gli orizzonti. Non è stato un processo facile né sempre felice. Molto spesso è accaduto quanto descritto da Pasolini: una colonizzazione televisiva che ha sopraffatto antiche culture contadine. Ma gli ambienti digitali sono una possibilità, non di rado realizzata, di valorizzazione della relazione e della formazione. Non senza pericoli.  Sui social network cerchiamo il feedback costante, i sondaggi impazzano, i tempi si raccorciano – e anche i legami. Come trovare un equilibrio?

Non possiamo trascorrere l’intera giornata a rispondere agli stimoli. È ancora una volta la consapevolezza che ogni comunicazione è alternanza di parole e silenzio a guidarci. Il pericolo non è l’importanza data alla risposta allo stimolo esterno, al feedback. Non dimentichiamo che il contrario esatto del feedback è l’autosufficienza, anche nefasta. Se non siamo capaci di percepire gli stimoli, se non abbiamo l’umiltà di accoglierli e dar loro una risposta ci rassicuriamo nel nostro “io” diventando incapaci di comunicazione. Se rinunciamo a ogni momento di intimità con noi stessi e ci lasciamo sopraffare dal flusso delle sollecitazioni esterne ci dissolviamo in una massa informe e indistinta, diventando incapaci di autoconsapevolezza.

Occorre prendere esempio dai monaci del Gran San Bernardo: ascoltano e accolgono i pellegrini, reagiscono alle loro presenze e alle loro aspirazioni, ma sanno anche meditare nel silenzio dei 2.500 metri. Noi, pur vivendo più in basso, possiamo farlo lo stesso. Anche nei nostri ambienti digitali.

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