Su Internet più intelligenze artificiali che esseri umani



 Oggi Internet ha 5 miliardi di utenti (raggiunti il 26 aprile 2022), molto più della metà della popolazione mondiale: tempo un paio di anni e arriveremo alla quasi totalità della fascia 10-90 anni. Ma questa è solo una parte del panorama: abbiamo già parlato di quello che si chiama “internet degli oggetti”. Un microprocessore in grado di connettersi a Internet costa pochissimo, e viene messo praticamente in ogni oggetto. Il che significa che nel 2030 ci attendiamo la connessione di oltre 125 miliardi di oggetti, di cui solo una piccola parte computer come li abbiamo pensati sinora. Oggi siamo a 8 miliardi solo sommando ai computer anche i telefonini e i tablet. Tutti gli altri sono oggetti diversi, in grado di operare in tutti i campi: traffico, logistica, assistenza, servizi, turismo, sanità… In Italia nel 2022 ci sono 110 milioni di oggetti connessi, quindi due per abitante.

Ma la cosa interessante è che non c’è soltanto un internet “degli oggetti”, ma anche un internet “degli automi”, i bots. Si tratta di software che fanno ricerche e scansione di informazioni, ma che sono anche in grado di intervenire nei social network e altrove. La società americana Incapsula sostiene che  il 61,5 per cento del traffico sul World Wide Web è da attribuirsi a entità non umane, ovvero ai Bot, termine usato come abbreviazione per “robot”.Insomma  la maggior parte del traffico sul web non è generato da esseri umani ma da programmi e funzioni automatizzate. Rispetto alla ricerca precedente questo traffico robotico è aumentato  del 21 per cento, superando il 50% di quello complessivo. Le attività automatizzate sono infatti il 61,5% e quelle umane solo il 38,5%.

Molti  bot hanno uno scopo positivo: agenti certificati di software  motori di ricerca. Altri hanno funzioni più subdole. Il programmatore americano Jim Vidamer è in grado di far trovare a un gruppo musicale 20.00 fan in una settimana. Fan “veri”, ma suggestionati da un frenetico passa parola gestito dalle intelligenze artificiali. Il New York Times riporta nel 2018 che per circa 225 dollari si potevano acquistare 25.000 seguaci su Twitter. Ovviamente bot, ma “fanno numero” e generano tendenze e visibilità. Portando a loro volta gli algoritmi a mettere in evidenza i post e conquistare seguaci umani.

In altri casi è la persuasione politica lo scopo di molti utilizzatori di bot in rete.  In Siria se ne è fatto largo uso, ma anche in Cina. Il governo cinese gestisce circa 200.000 account utilizzati per diffondere fake news. Per ottenere seguaci questi account offrono link a materiale pornografico, gossip, sport, contenuti comunque virali e di facile fruizione.  Dopo di che le notizie false assumevano comunque autorevolezza dal numero stesso dei seguaci dell’account. È facile per un software generare enormi quantità di messaggi che appoggiano un leader o una posizione politica, far scomparire le opinioni contrarie in un diluvio di spazzatura digitale, maltrattare e intimidire chi si oppone.

Secondo la stessa Twitter il 5% di utenti sono intelligenze artificiali: il che farebbe già un preoccupante 12 milioni di “utenti robot”. Ma è probabile – e comprensibile – che Twitter cerchi di sottostimare il fenomeno. Altrettanto probabile che anche gli altri social network soffrano dello stesso problema. Ancora una volta siamo chiamati a una adeguata capacità culturale per mantenere una “ecologia” degli ambienti digitali.

(P.S:: questo articolo l’ho scritto io, Anselmo Grotti, tutto sommato un essere umano e non un bot digitale…).

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