1933: “La Radia”



Tra i miei ricordi (ormai remoti…) di bambino in Toscana c’è l’appellativo che i vecchi di casa davano all’apparecchio radiofonico – che allora era un oggetto abbastanza imponente che troneggiava in bella evidenza, mentre oggi è scomparso, assorbito in altri dispositivi. Dicevano “l’aradio” invece che “la radio”. Ovviamente un errore popolare, ma che per certi versi evoca un tentativo di modificare la scrittura della parola “radio” tutt’altro che popolaresco, anzi di estenuata raffinatezza.

 Nel 1933 (quasi novanta anni fa) i poeti futuristi Marinetti e Masnara pubblicano il “Manifesto futurista della Radio”. Il Manifesto critica l’idea che la radio sia una semplice riproposizione nell’etere di realtà culturali già note: teatro, cinema, libro. In venti punti si dice ciò che invece la radio deve essere e sarà: una forma d’arte nuova, con propri criteri. Anzi, sarà talmente nuova da cambiare nome: sarà “radia”, in analogia con le produzioni culturali che utilizzano il suffisso –dia: commedia, tragedia, e quindi radia.

È interessante notare che, fatta la tara degli atteggiamenti altezzosi e liquidatori dei futuristi, il Manifesto abbia colto un aspetto importante: l’emergere un nuovo medium non consiste nella trasposizione dei media precedenti in esso, ma in una ridefinizione degli stessi contenuti. Come dirà McLuhan, “Il mezzo è il messaggio”. Radia è una forma autonoma d’arte, non la riproposizione tecnica di altre forme ad essa precedenti. Questo vale anche per il mondo digitale contemporaneo.

D’altra parte Marinetti ha esperienza di radio: di lui sono trasmesse 48 conversazioni tra 1925 e 1943: dieci minuti nella fascia allora di massimo ascolto (tra le 20 e le 21), nonché il racconto della trasvolata di Balbo. Radio e aviazione: cosa c’è di più moderno, aereo, insomma tutto ciò che in quegli anni è wireless? Un telegrafo senza bisogno di fili, un trasporto senza bisogno di binari…. Allo stesso tempo questi abbinamenti negli anni del fascismo ci ricordano che non c’è automatica corrispondenza tra modernità e progresso – e che innovazione e comunicazione possono farsi strumenti di manipolazione.

L’ultima delle Conversazioni di Marinetti venne trasmessa il 10 luglio 1943 sul tema “Partecipazione dei poeti alla guerra”. Quando i poeti partecipano alla guerra approvandola la guerra rimane tale, ma la poesia e con essa tutta la letteratura si fanno propaganda.  Pochi giorni dopo Mussolini sarebbe stato messo in minoranza dal Gran Consiglio. Così d’altra parte Marinetti aveva commentato la trasvolata di Balbo: “Ecco la musica del cielo con tubi d’orgoglio flautati, trapani ronzanti da scavatori di nebbie, vocalizzi di gas entusiasti, martelli sempre più ebbri di rapidità e radiose eliche applaudenti”. Non proprio una vetta della letteratura.

Peccato invece che la “radio” non abbia mai trasmesso un suo coraggioso esperimento di “radia”: “I silenzi parlano tra loro”. In quest’opera ci sono solo alcuni rumori intramezzati da periodi (da un minuto a 10 secondi) di “silenzio puro”, conclusi da un “Oooooooooooooooooo stupito di bambina undicenne”. Era bello.

 Lo stupore è condizione della conoscenza, e vive solo se si dà alternanza di parola e silenzio. Quella trasmissione avrebbe anticipato di qualche decennio la composizione 4’33” di John Cage (1952), nella quale si prescrive di non suonare nulla (tacet) appunto per 4 minuti e 33 secondi (divisi in tre momenti). Come in Marinetti, anche in Cage non si tratta esclusivamente di silenzio: il fatto che la musica taccia non rimanda al puro silenzio, ma alla capacità dell’ascoltatore di percepire i leggeri suoni comunque presenti nell’ambiente. Paradossi che ci aprono alla riflessione. Persino grazie alla provocazione di Marinetti, definito a suo tempo da D’Annunzio un “cretino fosforescente” (termini che peraltro potrebbero essere adatti anche al mittente).

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