“Buone notizie” per legge?



Siamo immersi nella lotta per le notizie, non meno che in quella militare (ma c’è davvero differenza?). Sappiamo come in Russia che si azzarda a parlare di “guerra” e non di “operazione militare speciale” rischi sino a 15 anni di carcere. Ma non siamo arrivati a questo senza passi intermedi, purtroppo non adeguatamente presi in considerazione. Non mi riferisco solo ai fatti eclatanti di giornalisti fatti scomparire o imprigionati (e certo non solo in Russia). Ma anche a fatti apparentemente meno sanguinosi, ma forse non meno gravi. Già nel 2013 il partito “Russia Giusta” (Oleg Mikheev) aveva proposto che “per proteggere la psiche della popolazione” le cattive notizie dovessero essere contingentate: darle sì ma in “modica quantità”. La precisione non manca: si parlava del 30% di cattive notizie che deve essere accompagnata dal 70% di buone notizie. Così l’armonia sociale potrà essere coltivata, a dispetto di quelle brutte cose che turbano le coscienze. Naturalmente Putin (già allora al suo terzo mandato) fece propria questa proposta, aumentando la censura già di fatto esistente. In un Paese in cui tanti giornalisti vengono uccisi per il loro coraggio, ricordo che una volta Putin comparve accanto a un suo caro amico (italiano) che ebbe l’elegante idea di mimare il gesto di mitragliare i giornalisti durante una conferenza stampa.

In questi anni il nuovo zar ha costruito un mondo parallelo, col desiderio di imitare la Cina e la sua “grande muraglia elettronica”, se non la stessa Corea del Nord (senza riuscirci però del tutto). E’ stato realizzato un clone di Facebook, che si chiama VKontake. Peraltro VKontakte si rifiutò nel 2014 di cedere allo zar i dati degli utenti e di rimuovere gli utenti social critici del governo. Così VKontakte è passato a mail.ru, proprietà di un oligarca suo amico. Mail.ru è il principale fornitore di posta elettronica in Russia, oltre che di altri social, del secondo operatore di telefonia monile e del quotidiano Kommersant. Il 28 marzo Rossgram sarà l’alternativa autarchica a Instagram.

Anche durante il fascismo si volle costruire un Paese che fosse senza criminalità comune, senza disastri naturali, senza incrinature. Non è che la gente non si uccidesse o che non ci fossero alluvioni: semplicemente non se ne dava notizia. Mussolini nel 1928 disse incontrando i direttori dei giornali: la stampa è “come un’orchestra, il la è comune ma gli strumenti sono diversi”.

Eccone alcuni esempi degli ordini dati alla stampa:

29/1/35: Il sottosegretario Ciano ha deplorato l’abitudine dei giornali di pubblicare fotografie, corrispondenze e titoli come questi:  freddo intenso a Roma, Napoli sotto la neve, La neve a Palermo. In questo modo si sviano le correnti turistiche del paese.

28/6/35: Vietato pubblicare le fotografie di Carnera a terra [il pugile, ndr]

11/7/35: Si fa assoluto divieto di pubblicare fotografie di carattere sentimentale e commovente di soldati in partenza, che salutano i loro cari.

7/12/35: Non pubblicare, nelle corrispondenze, notizie dei bombardamenti dei nostri aerei nell’Africa Orientale.

4/1/36: Non pubblicare fotografie sul genere di quella pubblicata questa mattina dal Messaggero, che dimostrino intimità dei nostri soldati con abissini. Si dia l’impressione di benevolenza da parte dei nostri soldati verso gli indigeni ma non di cordialità, di protezione ma non di affetto.

26/8/36: Non pubblicare fotografie in cui il Duce è riprodotto insieme ai frati, fotografie fatte oggi durante la visita al Santuario di Montevergine.

Come si vede, siamo tra il tragico e il ridicolo. Almeno una però ci sembra utile: 5/6/36: Ricordiamo che Africa si scrive con una sola “f” e non con due. Giusto, non c’è che dire.

Non è proprio una buona idea fornire le “buone notizie” per legge. C’è un problema di deontologia professionale, certamente. La cronaca anche recente ci ha fatto capire in più riprese quanto la ricerca della notizia ad effetto, il macabro e il morboso sia spesso la facile ricetta di una informazione mediocre per insaporire il brodo e colpire il palato di lettori e telespettatori. Lo aveva detto nei suoi ultimi anni anche il filosofo Karl Popper, nel libriccino Cattiva maestra televisione: si mette pepe per coprire il sapore stantio della carne e, poiché dà assuefazione, si deve sempre aumentarne la quantità. Ma lo avevamo capito anche noi, persone comuni: plastici di villette esibiti in spettacoli “di informazione”, la fretta di trovare il colpevole, anzi il mostro, l’insistenza su particolari necrofili ha da tempo nauseato molte persone ma – purtroppo – attirato molte altre.

Ne nascono nevrosi e fortune politiche. Si è speculato sulla paura della criminalità, specialmente degli immigrati, si sono ignorati tutti i dati statistici e favore di ondate di allarmismo (chi si ricorda della “ineludibile necessità” di mettere in piedi le “ronde padane”?). Invece è necessario parlare del bene che accade intorno a noi, dei tanti eventi di speranza e di fiducia che nascono ogni giorno. Ma, appunto, è questione di dibattito pubblico, di educazione all’informazione e di deontologia professionale. Non di diktat o di “veline”.

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