Che cosa succede alle nostre menti?



Che cosa succede alle nostre menti? Ad esempio, che cosa succede alla nostra capacità di lettura approfondita? Già nel 1994 il critico letterario americano Sven Birkerts denunciava (The Gutenberg Elegies) che i dispositivi digitali stanno distruggendo tale capacità. Nicholas Carr, ex direttore della “Harward Business School” scrive nel 2010 Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello. Mi sono sentito per certi versi vicino a Carr leggendo il suo libro: ho scoperto che abbiamo la stessa età, che abbiamo comprato entrambi il primo computer nel 1986, che entrambi abbiamo “lasciato sgomente” le nostre mogli spendendo in questa impresa quasi tutti i nostri risparmi, che nei primi anni Novanta ci siamo connessi a Internet, e così via. Carr sostiene che la mente “esagitata” dell’utilizzatore del computer è inferiore alla “mente pacata” del lettore di libri. La nostra memoria di lavoro può contenere al massimo quattro informazioni per volta (ecco perchè è un disastro il multitasking), un collo di bottiglia, un “bicchierino” che serve a riempire la “vasca da bagno” della memoria a lungo termine. Il libro sarebbe superiore perchè fornisce uno “sgocciolamento regolare” di informazioni, mentre nel web siamo di fronte a molti rubinetti informativi, quindi a un miscuglio di gocce da più sorgenti che interferiscono tra loro. è sempre più difficile che le nuove generazioni leggano Guerra e Pace, come mi rispose in una intervista Martha Nussbaum nell’occasione di una sua visita all’Università Sophia di Loppiano. In effetti il gigantesco capolavoro di Lev Tolstoj è spesso preso a esempio di contenuti di lettura ritenuti oggi impossibili da affrontare. sentite cosa scrive Clay Shirky, studioso di media gitali anna New York University:

“Un numero crescente di persone ha deciso che la sacra opera di Tolstoj in effetti non vale abbastanza da giustificare il tempo che richiede per essere letta”..

Secondo il critico letterario Sam Anderson i lunghi romanzi erano letti perchè non c’era Internet, cioè vivevamo in un ambiente povero di informazioni. Semplificando (le espressioni sono mie ), ma non travisando: si leggevano lungi romanzi perchè le serate d’inverno in Russia erano molto lunghe, faceva buio presto, fuori c’era la neve e in casa non c’era la tv. Per Anderson ormai non c’è partita:

“è troppo tardi per battere in ritirata e tornare a un’epoca più calma”.

Ma è davvero così? E’ davvero solo una conseguenza di uno sviluppo inevitabile della civiltà? L’opposizione binaria tra cultura scritta e cultura digitale è una semplificazione banale, sbagliata e spesso interessata. Abbiamo incontrato già molte trasformazioni, altre ne affronteremo. Quando la cultura scritta si aggiunse a quella orale le catene di ragionamento si fecero più lunghe e più complesse, ma anche più chiare. Ma anche la cultura scritta cambiò più volte, ad esempio con l’invenzione della stampa. E anche con ulteriori invenzioni dentro quella della stampa. Quando nel 1501 lo stampatore Aldo Manunzio inventò “l’ottavo”, un formato tascabile, fu come si si passasse dal computer sul tavolo al tablet o allo smartphone. I pesanti e ingombranti libri da biblioteca, da tenere su leggio erano come dei pc da desktop. I libri in formato ottavo si potevano tenere in tasca, portare in giro, leggere in movimento.

Ma soprattutto: che valore ha l’obiezione di Shirky? Davvero non abbiamo più tempo per la “sacra opera di Tolstoj“, che oggi “non vale abbastanza da giustificare il tempo che richiede per essere letta”?. In apparenza sembra così. Ma un momento: quanto tempo passiamo sui social, o girellando tra gli aggiornamenti delle notizie? Qualcuno potrebbe rispondere che sì, ci passiamo molto tempo ma non si tratta di attenzione continua, ma frammentata. Quanto tempo ci assorbe seguire le infinite serie televisive delle varie piattaforme? In questo caso l’attenzione deve essere continua, visto che le trame sono spesso complesse. Il punto è che siamo sollecitati a indirizzare l’attenzione verso ciò che è più redditizio per l’industria culturale. Non si tratta tanto di non avere tempo, ma di essere presi dal vortice del marketing che lotta per accaparrarsi la nostra attenzione, al fine di farci consumare beni, anche “culturali”, che “rendono” di più. Leggere un libro costa venti euro e richiede diverse ore. Seguire una serie tv per lo stesso numero di ore genera un movimento di denaro infinitamente superiore (la produzione, la struttura tecnologica, la pubblicità…). Non è il digitale il nemico della lettura, ma le esigenze dei monopoli dell’industria culturale.

Dal film Truman Show: Truman dorme in diretta

L’occupazione, sistematica e con strategie che a volte sono definite “militari” del nostro tempo da parte di decisori esterni a noi si è fatta asfissiante. Jonathan Crary insegna Modern Art and Theory alla Columbia University ed ha pubblicato il libro 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno[1]. Una volta lo si diceva solo di New York (“la città che non dorme mai”), mentre oggi è l’obiettivo universale che viene chiesto a tutti. I mercati e le reti informatiche non si fermano mai, appare di conseguenza scandaloso che le persone si ostinino nell’obsoleto rito del dormire. Il tempo trascorso dormendo è un oltraggio, un atto osceno, un attacco alla necessità di consumare prodotti e servizi. A poco a poco questo scandalo viene riassorbito: accettiamo di dormire sempre di meno, e soprattutto perdiamo sempre meno tempo a riflettere e a contemplare. La tecnologia ci aiuta a ridurre il tempo per dare i comandi al computer: dalla tastiera siamo passati al mouse, poi agli assistenti vocali, poi passeremo ai comandi gestuali e infine al pensiero. Su questo Lothar Bayern ha scritto Non c’è tempo! Diciotto tesi sull’accelerazione[2]. Leggere un libro è già un atto sospetto. Chissà, presto dormire un po’ di più potrebbe diventare un gesto eversivo, magari sanzionato. E dunque, ribelliamoci: dormiamo! (senza diretta tv)


Post Scriptum. Sto leggendo Infinite Jest, capolavoro di David Foster Wallace. Sono 1.400 pagine con 300 note. Il libro è stato pubblicato nel 1996 ed è letto e amato in tutto il mondo.

Ce la posso fare….
David Foster Wallace
Edizione italiana

[1] J. Cray, Il capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi, Torino 2015.

[2] L. Baier, Non c’è tempo! Diciotto tesi sull’accelerazione, Bollati Boringhieri, Torino 2004.

2 thoughts on “Che cosa succede alle nostre menti?”

  1. Ho investito tanto tempo per entrare nel mondo digitale, von te come magister ed ora sei tu che mi fai riflettere su i suoi aspetti negativi. Io credo che mai potrà essere negata la velocità e funzionalità della comunicazione telematica, così come la quantità di notizia. Poi per la qualità , il sano otium con un romanzone, sono d’accordo, ma se elimini il futile, le cacchiate , a volte i social danno compagnia. Forse mi stai facendo riflettere sulla qualità di questa compagnia. Non hai torto, ma un po’ di leggerezza aiuta. Mpia

  2. “Ho fatto un corso di lettura veloce, pensa, ho letto Guerra e Pace in un giorno solo”,
    “Ah però, non l’ho mai letto il libro io, troppo lungo. Di cosa parla?”
    “Della Russia!” (aneddoto raccontatomi ai tempi della scuola da un filosofo del Novecento).
    Prima ancora della comunicazione “social-style” dei nostri giorni, v’erano altre scorciatoie per la nostra volontà impigrita (o volutamente resa tale), come racconta l’aneddoto qui sopra. Credo che nelle mire dei “decisori esterni” ci sia più che altro la nostra debolezza, onnicomprensiva, di confusa prioritizzazione del tempo a nostra disposizione e, di conseguenza, delle nostre azioni da compiersi in esso. Forse spendere un’ora in una lettura frammentaria del “background noise” (o delle “chiacchiere”) che troviamo spesso sui social è ritenuta più importante di spendere lo stesso tempo, o addirittura meno, nella lettura più approfondita di un libro, un articolo, od anche un sito web meno chiachiereccio. Se questo fosse vero, e temo che proprio lo sia, si spiegherebbero molte delle differenze che esistono oggi tra noi umani, sociali ma anche economiche, culturali, religiose et similia. Forse, la maturità in un determinato ambito dell’azione umana, può essere raggiunto solamente con una buona e disciplinata gestione delle priorità del nostro tempo.
    Chissà, magari tutti i “grandi” delle nostre epoche avevano questo in comune al loro successo. Certo, si può dire che ognuno nasce e cresce in contesti socio-economico-culturali diversi e che questo poi condizioni pesantemente le sorti di noi individui, ma su una cosa dobbiamo essere d’accordo senza eccezioni: proprio a tutti, ogni giorno, è dato lo stesso identico tempo: millecentoquaranta minuti.

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